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Genetica e salute nel Lagotto Romagnolo

  • Selene Spinosa
  • 6 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Ciò che un allevatore serio può garantire davvero


Questo articolo nasce per fare chiarezza su un tema complesso e spesso frainteso. Non per promettere certezze, ma per spiegare responsabilità, limiti e possibilità reali della genetica nel Lagotto Romagnolo.


Quando si parla di salute e genetica nel Lagotto Romagnolo, è facile imbattersi in informazioni frammentate, paure comprensibili e, talvolta, in promesse che sembrano rassicuranti ma che non corrispondono alla realtà. La verità è che la genetica non è né un argomento semplice né qualcosa che si possa riassumere con un “sì” o un “no”.


Questo articolo nasce con un obiettivo preciso: fare chiarezza. Senza allarmismi, senza slogan e senza promesse impossibili. Comprendere cosa può e cosa non può fare la genetica è fondamentale non solo per chi desidera accogliere un Lagotto Romagnolo, ma anche per capire il lavoro, le responsabilità e i limiti reali di un allevamento serio.


Negli ultimi anni la genetica ha fatto enormi passi avanti. Oggi disponiamo di test che permettono di identificare mutazioni responsabili di alcune malattie e di gestirle in modo consapevole. Questo ha reso possibile ridurre in modo significativo l’incidenza di determinate patologie nella popolazione di razza. Tuttavia è importante dirlo chiaramente: la genetica non è una bacchetta magica e il rischio zero non esiste.


Un allevatore serio non promette il cane “perfettamente sano per tutta la vita”. Promette invece studio, selezione, attenzione e trasparenza. Promette di utilizzare tutti gli strumenti che la scienza mette oggi a disposizione, senza mai perdere di vista i limiti di questi strumenti.


Uno degli errori più comuni è usare il termine malattia genetica come se indicasse un’unica realtà. In realtà, sotto questa definizione rientrano situazioni molto diverse. Esistono malattie genetiche vere e proprie, causate da mutazioni ben identificate, per le quali esistono test affidabili. In questi casi la prevenzione è concreta: testando i riproduttori ed evitando accoppiamenti a rischio, i casi clinici possono essere in larga parte evitati.


Esistono poi forme definite idiopatiche, in cui si sospetta una predisposizione genetica, ma i geni responsabili non sono ancora stati individuati. In queste situazioni non esistono test genetici e la diagnosi avviene per esclusione. È fondamentale capire che, in questi casi, nessun allevatore può garantire l’assenza totale del problema, anche lavorando in modo serio e scrupoloso.


Infine, esistono malattie che non dipendono dalla genetica dell’allevamento: intossicazioni, infezioni, problemi metabolici, traumi, tumori o reazioni avverse a farmaci. Anche queste condizioni possono manifestarsi con sintomi importanti, ma non hanno origine nella selezione genetica. Confondere queste situazioni porta spesso a paure inutili e a conclusioni sbagliate.


I test genetici sono uno strumento prezioso, ma vanno compresi per ciò che sono realmente. Servono a identificare soggetti sani, portatori o affetti da specifiche mutazioni conosciute, a pianificare accoppiamenti corretti e a migliorare la salute della razza nel tempo. Non servono a garantire che un cane non si ammalerà mai, né possono sostituire i controlli clinici veterinari o l’osservazione nel corso della vita.


Un punto cruciale, spesso fonte di fraintendimenti, è che il test genetico può dare l’illusione di una sicurezza assoluta. In realtà i test riguardano solo le malattie per cui esiste un test. Esistono condizioni genetiche o multifattoriali che possono manifestarsi molto più avanti negli anni, anche oltre i cinque, sei o più anni di età. Nel frattempo il cane può essere stato riprodotto in buona fede, perché clinicamente sano, controllato regolarmente e senza alcun segnale evidente.


È importante ricordare che il cane ha una vita molto più breve della nostra e che, già dopo i sette anni, entra fisiologicamente nella fase di invecchiamento. Se una malattia si manifesta tardivamente e non esiste un test genetico per identificarla prima, cosa può fare un allevatore in quel caso? La risposta è semplice e onesta: nulla di più di ciò che ha già fatto. Nessun allevatore serio produce volontariamente cani malati. Non solo per una questione etica, ma anche perché un cane malato rappresenta un costo enorme, non solo economico, ma soprattutto emotivo. Un peso che nessuno desidera portare, né per sé né per le famiglie affidatarie.


Un altro concetto spesso frainteso è quello di portatore sano. Un cane portatore non è malato, vive una vita normale e non manifesta alcun sintomo. Il rischio esiste solo se viene accoppiato in modo scorretto. In molte razze, Lagotto compreso, eliminare tutti i portatori dalla riproduzione sarebbe non solo irrealistico, ma dannoso, perché ridurrebbe drasticamente la variabilità genetica. La selezione responsabile non elimina indiscriminatamente: si gestisce.


Il ruolo dell’allevatore, quindi, non è quello di promettere certezze assolute, ma di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Testare i riproduttori per le malattie note, studiare le linee di sangue, osservare carattere, salute e funzionalità, e soprattutto comunicare in modo onesto. Un allevatore serio non dirà mai che “da lui certe malattie non esistono” o che i suoi cani sono garantiti al cento per cento. La salute di una razza si costruisce nel tempo, con coerenza, studio e rispetto.


Questo spazio di approfondimento nasce proprio da questa visione. Informare fa parte dell’allevare. Nei prossimi articoli entreremo nel dettaglio delle singole patologie genetiche note nel Lagotto Romagnolo,

spiegandole in modo chiaro e comprensibile, senza creare paure ma offrendo strumenti di conoscenza. Tra queste, una delle più importanti è l’epilessia giovanile del Lagotto Romagnolo, una condizione genetica oggi ben studiata e testabile.


Chi sceglie di accogliere un cane deve anche comprendere un ultimo aspetto fondamentale: la salute va mantenuta. Anche il cane più sano può ammalarsi, avere incidenti o sviluppare patologie con l’età. Prendersi un cane significa assumersi una responsabilità che dura tutta la vita dell’animale, compresa la vecchiaia e le cure che essa può richiedere.


La genetica è uno strumento potente, ma va usato con competenza e umiltà. Chi alleva con serietà non promette l’impossibile, ma lavora ogni giorno per ridurre i rischi, migliorare la razza e rispettare i cani. È questo approccio, nel tempo, a fare davvero la differenza.

 
 
 

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