Scila, la matriarca della Banda Lagotti
- Selene Spinosa
- 15 feb 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 1 gen
Un cane da lavoro, una madre straordinaria, una lezione che va oltre il tempo
Ci sono cani che insegnano a cercare. Altri che insegnano a rispettare.

Oggi voglio ricordare la matriarca del nostro allevamento: Scila2006 – 2019
Non è semplice parlare di lei, ma la sua storia merita di essere raccontata.
Scila è nata il 28 marzo 2006. Nel giugno di quello stesso anno, insieme a Zac, il nostro primo Lagotto Romagnolo, e ai miei genitori, partimmo per il Piemonte per andarla a prendere. Una volta a casa, si adattò subito al nostro nucleo familiare. All’epoca vivevamo in un piccolo appartamento sul mare, ma ogni momento libero, ogni vacanza, lo trascorrevamo nei boschi.
Scila viveva con noi come membro della famiglia: casa, città, relazioni sociali. E poi, un paio di volte a settimana, il bosco. Con Zac avevamo già iniziato a cercare tartufi e conoscevamo molte zone. Essendo la seconda arrivata, pensai ingenuamente che per lei sarebbe stato tutto semplice, solo osservando. In realtà Scila ci sorprese.
Era docile, intelligentissima, profondamente collaborativa. Una delle sue doti più straordinarie era il riporto del tartufo: cercava, scavava, prendeva il tartufo in bocca e ce lo portava senza rovinarlo. Molti cuccioli lo fanno da piccoli, ma pochi mantengono questa abilità da adulti. Scila non solo la mantenne, ma la perfezionò. Riportava tartufi di ogni dimensione, anche minuscoli, di pochi millimetri.
Durante le ricerche dovevamo starle dietro per chiudere tutte le buche. Non sempre le permettevamo il riporto, per rispetto del terreno e delle radici, ma con alcune specie superficiali, come lo Scorzone o il Marzuolo, quando glielo chiedevamo, era felicissima di farlo.
Ma la sua vera forza non era solo tecnica.
Scila amava cercare.
Controllava il terreno centimetro per centimetro. Se trovava una zona ricca, continuava finché non era certa di aver trovato tutto. Spesso dovevamo portarla via noi, perché i tartufi erano troppo piccoli o perché avevamo già raccolto a sufficienza. Lei avrebbe continuato per ore.
Oggi si parla spesso di “cane da lavoro” con accezione negativa, come se lavorare significasse sfruttare. Scila era la dimostrazione del contrario. Era un cane che si realizzava nel lavoro, che esprimeva passione, concentrazione e gioia autentica. Sapeva adattare il suo stile di cerca alle diverse specie ed era competente su tutte quelle commestibili, compreso il bianco pregiato, anche se nelle nostre zone era meno comune.
Scila non è stata solo un grande cane da tartufo.È stata una madre straordinaria per le nostre prime cucciolate.Ma ciò che mi ha lasciata senza parole è arrivato molto più tardi.
Nel 2018, a dodici anni, si ammalò. Le venne diagnosticato un tumore al naso. La prognosi fu durissima: sei mesi di vita. Il suo olfatto, il senso che guida la vita di un cane, era compromesso. Per questo motivo, su indicazione veterinaria, decidemmo che non avrebbe più cercato.
La portavamo comunque con noi, insieme ai suoi figli e nipoti, in zone semplici, per soddisfare la sua voglia di stare nel bosco. Ma lei capiva. Capiva quando ci preparavamo per andare a cercare. Se uscivamo per altre commissioni non reagiva, ma se erano scarponi e abbigliamento da bosco, veniva alla porta.
Ogni volta sentivo una fitta al cuore. Come se le stessi togliendo qualcosa che era parte di lei.
Un giorno di febbraio, durante una semplice passeggiata vicino casa, con noi c’era anche sua figlia Runa. A un certo punto Runa si buttò sotto un pino e iniziò a scavare. Scila capì subito. Si avvicinò, guardò la figlia, rivendicò con fermezza quella buca, proseguì lo scavo, prese il tartufo e me lo portò. Mi guardò negli occhi.
Come a dire: io posso ancora farlo.
Mi inginocchiai e scoppiai a piangere. Da quel giorno lo schema si ripeté: Runa cercava, Scila recuperava. Runa, con una sensibilità incredibile, le lasciava il tartufo solo quando era Scila a chiederlo.
In quel momento decisi che sarebbe stata lei a scegliere come vivere il tempo che le restava.
Scila visse fino a gennaio 2019, ben oltre la prognosi iniziale. Faceva ciò che sentiva: cercare quando ne aveva voglia, riposare quando era stanca. Quando non ce la faceva più, uno di noi restava con lei, mentre gli altri continuavano.
Era finalmente serena.
E io sono stata onorata di aver rispettato la sua volontà.
Non passa giorno in cui non pensi a lei. Nei suoi figli, nei nipoti, nei pronipoti, è impossibile non riconoscere una piccola parte di Scila.
Ed è così che continua a vivere.




Commenti