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L'inizio della Banda Lagotti ...

  • Selene Spinosa
  • 15 feb 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 1 gen


Quando un cane non è una scelta, ma una conseguenza naturale


Ci sono allevamenti che nascono da un progetto.Altri nascono da una moda. Il nostro è nato da una vita già vissuta nei boschi.


Nel 2004, quando con mio padre decidemmo di accogliere un Lagotto Romagnolo, non esisteva ancora l’idea di un allevamento. Esistevano solo domande: che tipo di cane volevamo al nostro fianco? E soprattutto, perché proprio quella razza?


Nella mia famiglia il bosco non è mai stato uno sfondo, ma una presenza costante. La passione per i funghi, per il camminare tra alberi e silenzi, è passata da mio nonno a mio padre, fino ad arrivare a me. Vivevamo in città, vicino al mare, ma bastavano pochi chilometri per ritrovarsi in montagna, nei boschi della Liguria. Avevamo una casa lassù, e ogni fine settimana, ogni estate, il nostro tempo era lì.


Quando iniziammo a leggere le caratteristiche del Lagotto Romagnolo, la sensazione fu immediata: era il cane che già faceva parte della nostra vita, anche prima di arrivare. Cane acquatico, instancabile camminatore, selezionato per la cerca del tartufo. Noi avevamo il mare, avevamo i boschi, avevamo il tempo e il desiderio di condividerli.


Ricordo ancora la frase di mio padre, semplice e decisiva:“Bene, allora cercheremo insieme a lui.”


All’epoca però non era affatto facile trovare un Lagotto, soprattutto in Liguria. Le informazioni erano poche, gli allevamenti pochissimi, e ancora meno erano quelli che selezionavano cani realmente predisposti al lavoro sul tartufo. Capimmo presto che non bastava “trovare un cucciolo”: bisognava trovare persone, cani selezionati con un criterio preciso, legato alla funzione, non solo all’aspetto.


Fu così che arrivammo nel Lazio, da un tartufaio che allevava cani da lavoro e che da alcuni anni stava iniziando una selezione anche sul Lagotto Romagnolo. Poche cucciolate, molta attenzione, una linea ancora in costruzione. Il Lagotto, riconosciuto ufficialmente da ENCI solo nel 1992 e da FCI nel 1995, era allora una razza giovane dal punto di vista cinofilo, e ancora poco diffusa.


Da quel viaggio tornò a casa Zac, il nostro primo Lagotto.


Il primo anno con lui fu rivelatore. Non solo per le prime tartufaie trovate insieme, ma per il modo in cui Zac lavorava: concentrazione, passione, collaborazione. Ci insegnò che la cerca del tartufo non è un’attività solitaria, ma un dialogo continuo. L’uomo senza il cane non trova nulla. Il cane, senza l’uomo che lo guida nei luoghi giusti, non può esprimersi.


Camminare per ore nel bosco, osservare il terreno, studiare le piante, e poi vedere il cane confermare tutto con una cerca precisa, è qualcosa che cambia il modo di guardare la natura. Da lì non ci innamorammo solo del Lagotto come razza, ma di un modo di vivere il cane.



Nel 2006 arrivò Scila, una cucciola presa da un tartufaio piemontese. Anche questa non fu una scelta casuale. In Piemonte il Lagotto non era molto diffuso, e mio padre rimase colpito da Dea, la madre di Scila, vista lavorare sul tartufo bianco. Un cane straordinario, gestito da una persona lontana dagli stereotipi del “tartufaio” chiuso e diffidente.


Chi lavora davvero con i cani da tartufo sa che non esiste sfruttamento, ma rispetto profondo. Il cane vive in famiglia, condivide la casa e il bosco, ed è considerato un compagno prima ancora che un ausilio.


Con Zac e Scila, nel 2008, nacque la prima cucciolata. Non per “fare allevamento”, ma per preservare ciò che avevamo costruito: carattere, attitudine al lavoro, equilibrio. Da lì è stato posato il primo mattone della Banda Lagotti, sempre con un approccio amatoriale nel senso più alto del termine: fatto per amore, studio e responsabilità.



Scila meriterebbe un racconto a parte. Ed è quello che verrà


 
 
 

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